[Recensione] L’incanto di cenere, di Laura MacLem

«La sua mente era piena di cenere. Se teneva le palpebre ben serrate c’era un po’ di cristallo che luccicava in fondo, ma era poco, e la cenere lo rendeva opaco.»

L’incanto di cenere, di Laura MacLem,  Asengard (2013)

Dimenticate la dolce fanciulla dai capelli d’oro che singhiozza sommessamente accanto al fuoco, mentre le cattive sorellastre infieriscono su di lei.
Ne L’incanto di cenere, Cenerentola (che qui ha nome Christelle) è la figlia di un nobile conte e di una strega. Sua madre è arsa sul rogo anni prima, ma Christelle è decisa a portare a termine un antico patto di cenere e sangue.
È Genevieve, la sua sorellastra, protagonista positiva del romanzo, che tenterà di impedirglielo in una trama dal ritmo trascinante che mescola con maestria elementi fiabeschi e horror.

immagine recensioni

L’ambientazione è quella delle fiabe: la leggiadra Francia del ‘700, dove tutto ciò che conta per una fanciulla di buona famiglia è saper essere gentile e evitare di finire strizzata dal proprio corsetto. Lo stile dell’autrice, che rispecchia a volte la parlata di sapore arcaico dei suoi personaggi, contribuisce a creare una perfetta atmosfera da sogno.

«Genevieve non resistette alla tentazione di voltarsi un’altra volta per guardare il vestito, il suo vestito. Era bellissimo. […] Ma il tocco di classe che rendeva quell’abito tanto bello era il corpetto, ricamato con decine e decine di brillantini luccicanti, piccoli come chicchi d’orzo. Si stringevano in vita e poi scendevano lungo i fianchi, come una cascata di cristallo.»

A questa atmosfera delicata e preziosa si intreccia, imprevedibile, l’orrore.
E forse è la descrizione delle scene più inquietanti ciò che riesce meglio all’autrice. Attraverso gli occhi affascinati e terrorizzati di Genevieve, anche il lettore sarà intrigato dalle descrizioni gotiche e spaventose sì, ma da cui non è possibile distogliere lo sguardo.

«Invece rimase dov’era, affascinata da quella strana cosa, un po’ oggetto e un po’ essere vivente, che si muoveva su lunghe zampe simili a quelle dei ragni, una grande bolla bulbosa che sfrecciava nella notte, così arancione che era visibile perfino sotto la luce anemica della luna, trainata da corpi enormi, giganteschi, che ricordavano nella forma dei topi, strani ratti che si contorcevano per il dolore e che, per sfuggire a esso, si slanciavano in avanti, agitando le zampe, mutate in enormi ali rivestite da membrane.»

Parlando, invece, dei personaggi, un elemento da segnalare è la caratterizzazione dei personaggi femminili, mentre gli uomini della storia vengono lasciati in secondo piano. È una soluzione che ricorda, forse, le sacerdotesse di Marion Zimmer Bradley, soprattutto se si ha presente la dea pagana di Avalon. Madre e al tempo stesso distruttrice, la Dea è molto potente anche ne L’incanto di cenere, mentre la forza del dio cristiano, qui come nei romanzi della Bradley, è messa in discussione.
Un confronto quasi impietoso, quindi, tra le capacità delle donne e l’inettitudine degli uomini. Confronto che, però, a contrario della saga di Avalon, risulta evidente senza essere irritante.
La vicenda oscura, infatti, parte dalle donne e solo una donna può, coerentemente, porvi rimedio.

«“Ma c’è un’altra magia, ancora più importante, ancora più potente e per questo ancora più odiata dai preti di Dio. Perché loro non ce l’hanno, capite?”
“E qual è?”
“Essere una donna, mademoiselle. Essere il Suo volto, essere chi dà la vita. Allora si può essere chi la toglie, perché quello è l’altro aspetto, e nessuno può impedirvelo, se lo fate nel modo giusto.”»

Infatti, Genevieve può tentare di opporsi a Christelle per un motivo. Apparentemente opposte come il Bene e il Male, la protagonista e l’antagonista sono accomunate da qualcosa: la madre di Genevieve è stata nutrice di Christelle. Sono, quindi, come sorelle: hanno qualcosa di simile. E hanno entrambe qualcosa di potente.
Come tutte le donne.

Agave

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