[Recensione] Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh

«Restammo a lungo aggrappati l’uno all’altra come se stessimo affogando, ma senza cercare la riva, in silenzio, respirando a malapena.»

Vanessa Diffenbaugh, Il linguaggio segreto dei fiori, Garzanti, 2012

Victoria ha paura e non sa esprimere i propri sentimenti, se non attraverso i fiori.
Victoria ha paura perché è stata abbandonata alla nascita. Affidata ai servizi sociali, è stata sballottata da una famiglia all’altra, da una casa dell’accoglienza all’altra. Fino ai diciotto anni, quando è obbligata a essere libera, a costruirsi una vita con le proprie forze.
Ma una nuova vita, per chi non è mai stato amato e si sente solo e senza radici, è difficile da creare. Per fortuna c’è la fiorista Renata, che assume Victoria dopo che la protagonista le prova il suo talento.

«Quando ebbi finito, una spirale di crisantemi bianchi si ergeva da un cuscino di verbena color neve e grappoli di pallide rose rampicanti scendevano a cerchio dal piccolo mazzo stretto nel nastro di raso. Tolsi tutte le spine. Il mazzo era bianco come un bouquet da sposa e parlava di verità, di preghiera e di un cuore acerbo. Ma nessuno lo avrebbe capito.
[…]
“Cos’è?”, chiese.
“La mia esperienza”, risposi porgendole i fiori.»

E lavorando per Renata, Victoria incontra un ragazzo. Ha l’aria forte e profuma di fiori e terra. Viene dal passato di Victoria, anche se lei ancora non lo sa, e creerà un ponte tra il passato e il presente della ragazza, ponendo le basi per un futuro possibile.

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Il racconto procede tra il piano del presente, con Victoria diciottenne, e la storia del suo ultimo tentativo, nove anni prima, di essere adottata da parte di una donna: Elizabeth.
È stata Elizabeth la prima a dare una voce ai sentimenti torbidi di quella bambina spaventata, insegnandole il linguaggio segreto dei fiori.
Cosa è accaduto? Perché Victoria non è rimasta con Elizabeth?

La risposta è solo verso il finale, e l’alternarsi del passato e del presente crea una suspance che al tempo stesso trascina e permette di conoscere i personaggi a un livello più profondo.
E si scopre che tutti sono segnati da ferite invisibili, non cicatrizzate per i troppi conflitti e il troppo rancore; e la rosa gialla (la gelosia e l’infedeltà) sembra una barriera che neanche a distanza di anni si può superare.
Eppure un cambiamento è possibile anche per Victoria.
Perché esiste qualcuno in grado di starle accanto pur rispettandone la solitudine.
E perché esiste un tipo di amore, l’amore materno, incondizionato e incancellabile, capace di crescere dal nulla, inaspettato come un fiore senza radici.

Agave

Una nota sul linguaggio dei fiori

Sono stata attratta da questo libro perché a me, come a Victoria, piace indagare il significato dei fiori, nascosto e invisibile ai più.
Quando ho dovuto scegliere un nome per il blog, ho scelto Agave per il suo messaggio nel linguaggio dei fiori. Cercatelo, se siete curiosi. Ne troverete molti, ma come dice Elizabeth, in realtà ogni fiore ha uno e un solo significato.

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[Recensione] La punizione del romanzo, di Danila Passerini

«”Potresti essere spedito in un romanzo, a imparare come ci si deve comportare.”»

Danila Passerini, La punizione del romanzo, L’Erudita (2013)

Filippo ha sedici anni, un carattere ribelle, capelli lunghi e magliette sbiadite che non riesce a buttare via. La scuola è piena di luoghi comuni soprattutto da quando, dopo la Terza guerra mondiale, tutti si sono messi in testa che bisogna spendere la propria vita per gli altri, essere compassionevoli, buoni. E lui, il più bello della scuola, non ci sta. Ogni compagno è bersaglio di frecciatine non troppo velate e battute taglienti, un po’ per colpire i deboli, un po’ per non svelare la propria personalità e le proprie passioni amorose rivolte all’unica che non sembra subire il fascino del bello e cattivo. Ma la scuola è un luogo di formazione non solo didattica ma anche caratteriale e morale, la cui missione è accompagnare nella crescita i ragazzi perché diventino adulti colti sì, ma soprattutto critici, coscienziosi, consapevoli. E allora non rimane da fare che una cosa: punirlo. Quale castigo sarebbe più adatto per lui della punizione del romanzo? Filippo entrerà in un libro, vestendo i panni di un personaggio, e il suo scopo sarà quello di vivere la sua nuova vita senza cambiarne la trama, pena il non ritorno. Ma cosa succede quando Filippo si rende conto che il romanzo in cui è finito è proprio l’odiato I Promessi Sposi? E se il destino, o meglio la Preside, lo ha portato a indossare i panni di Don Rodrigo, riuscirà veramente a far la parte del cattivo?

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Il romanzo è diviso in due parti. La seconda, con Filippo nei panni di Don Rodrigo, è più scorrevole (e alcune trovate sono quasi geniali), mentre nella prima si può notare qualche piccolo intoppo.

C’è soprattutto nei primi capitoli la tendenza a spiegare il funzionamento del mondo nel 2041, mentre forse sarebbe più coinvolgente ridurre le parti di spiegazione dettagliata e mostrare che cosa rende quel mondo diverso dal nostro.
Sono, infatti, bellissimi i momenti in cui, da lettori, possiamo guardare il 2041, sentendoci catapultati in quella Bologna ipertecnologica, dove, ad esempio a scuola si fa lezione proiettando ologrammi. A proposito, bella, anche se intrisa di amara ironia, l’ora di storia:

«Per fortuna la lezione di oggi non è per nulla tragica, anzi è molto divertente: sono piombati nel 2001 e l’omino, che si ingegna a promettere il migliore dei mondi possibili, sarebbe poi diventato Presidente del Consiglio, riuscendo a non mantenere quasi nulla di quanto aveva garantito e sottoscritto.»

Come accennato prima, il romanzo diventa più scorrevole e intrigante quando Filippo viene spedito nei Promessi sposi.
Il lettore si sente calato nel punto di vista del ragazzo, obbligato a capire un mondo che non è il suo, ma che è qui ritratto così realisticamente da sembrare reale.
Le avventure di Filippo affascinano e avvincono come quelle di Bastian nella Storia infinita, con la differenza fondamentale, e geniale cardine della narrazione, che Filippo è chiamato a interpretare il ruolo del cattivo.
Dopo un iniziale disorientamento iniziale, Filippo crede di trovarsi bene nei panni del crudele Don Rodrigo, ma essere cattivi è davvero così facile?

Parlando dello stile, l’autrice adotta una soluzione che, personalmente, non mi ha convinto (ma non si tratta di un difetto stilistico assoluto, quanto piuttosto del mio gusto personale).
Ad esempio, nel primo capitolo, la descrizione di una debole compagna di classe, vittima di Filippo, è presentata attraverso gli occhi del bulletto, mentre di Eleonora, amata segretamente dal protagonista, leggiamo una frase come:

«in lei indugia ancora la morbidezza di un’infanzia a pane e nutella.»

Un’espressione molto felice, ma contrastante con il punto di vista insofferente e rancoroso di Filippo, che invece è dominante in tutto il capitolo. C’è quindi, in questo passo come, a volte, nel resto del romanzo, un’intrusione inaspettata dell’autrice, la quale, un po’ manzonianamente, fa sentire la propria presenza.

Una qualità stilistica molto positiva è invece l’ironia, che agisce sia nella prima parte (con allusioni alla nostra epoca), che nella seconda (il lettore comprende situazioni che Filippo non afferra, causando momenti di involontaria comicità).
L’autrice, insomma, strizza l’occhio al lettore, regalandogli passi deliziosi, come il dialogo tra Don Rodrigo/Filippo e il cugino Attilio sulla nobiltà.

«Filippo: “Ah sì? Sai che, secondo me, verrà un tempo in cui tutti lavoreranno? E ti dirò di più: in quell’epoca un uomo sarà giudicato anche per il lavoro che si sarà scelto. La sua realizzazione come essere umano dipenderà in gran parte dalla sua professione.”
“Certo! E l’uomo imparerà a volare e andrà sulla luna!”
“Ci hai preso, ragazzo!”»

In conclusione, La punizione del romanzo è un libro gradevole, che si legge velocemente ed è consigliato a tutti i ragazzi: offre spunti interessanti e un nuovo modo di vedere il capolavoro del Manzoni, un’opera così nota ma non così apprezzata come dovrebbe essere.
La prima parte della Punizione del romanzo poteva essere ampliata, forse fino a raggiungere la stessa lunghezza della seconda, insistendo di più sui parallelismi tra il mondo di Filippo e la Lombardia del ‘600. Perché I promessi sposi sono un romanzo attuale, in stretto dialogo con il nostro presente, come anche un ragazzo come Filippo sarà costretto a scoprire.

Agave

[Recensione] L’incanto di cenere, di Laura MacLem

«La sua mente era piena di cenere. Se teneva le palpebre ben serrate c’era un po’ di cristallo che luccicava in fondo, ma era poco, e la cenere lo rendeva opaco.»

L’incanto di cenere, di Laura MacLem,  Asengard (2013)

Dimenticate la dolce fanciulla dai capelli d’oro che singhiozza sommessamente accanto al fuoco, mentre le cattive sorellastre infieriscono su di lei.
Ne L’incanto di cenere, Cenerentola (che qui ha nome Christelle) è la figlia di un nobile conte e di una strega. Sua madre è arsa sul rogo anni prima, ma Christelle è decisa a portare a termine un antico patto di cenere e sangue.
È Genevieve, la sua sorellastra, protagonista positiva del romanzo, che tenterà di impedirglielo in una trama dal ritmo trascinante che mescola con maestria elementi fiabeschi e horror.

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L’ambientazione è quella delle fiabe: la leggiadra Francia del ‘700, dove tutto ciò che conta per una fanciulla di buona famiglia è saper essere gentile e evitare di finire strizzata dal proprio corsetto. Lo stile dell’autrice, che rispecchia a volte la parlata di sapore arcaico dei suoi personaggi, contribuisce a creare una perfetta atmosfera da sogno.

«Genevieve non resistette alla tentazione di voltarsi un’altra volta per guardare il vestito, il suo vestito. Era bellissimo. […] Ma il tocco di classe che rendeva quell’abito tanto bello era il corpetto, ricamato con decine e decine di brillantini luccicanti, piccoli come chicchi d’orzo. Si stringevano in vita e poi scendevano lungo i fianchi, come una cascata di cristallo.»

A questa atmosfera delicata e preziosa si intreccia, imprevedibile, l’orrore.
E forse è la descrizione delle scene più inquietanti ciò che riesce meglio all’autrice. Attraverso gli occhi affascinati e terrorizzati di Genevieve, anche il lettore sarà intrigato dalle descrizioni gotiche e spaventose sì, ma da cui non è possibile distogliere lo sguardo.

«Invece rimase dov’era, affascinata da quella strana cosa, un po’ oggetto e un po’ essere vivente, che si muoveva su lunghe zampe simili a quelle dei ragni, una grande bolla bulbosa che sfrecciava nella notte, così arancione che era visibile perfino sotto la luce anemica della luna, trainata da corpi enormi, giganteschi, che ricordavano nella forma dei topi, strani ratti che si contorcevano per il dolore e che, per sfuggire a esso, si slanciavano in avanti, agitando le zampe, mutate in enormi ali rivestite da membrane.»

Parlando, invece, dei personaggi, un elemento da segnalare è la caratterizzazione dei personaggi femminili, mentre gli uomini della storia vengono lasciati in secondo piano. È una soluzione che ricorda, forse, le sacerdotesse di Marion Zimmer Bradley, soprattutto se si ha presente la dea pagana di Avalon. Madre e al tempo stesso distruttrice, la Dea è molto potente anche ne L’incanto di cenere, mentre la forza del dio cristiano, qui come nei romanzi della Bradley, è messa in discussione.
Un confronto quasi impietoso, quindi, tra le capacità delle donne e l’inettitudine degli uomini. Confronto che, però, a contrario della saga di Avalon, risulta evidente senza essere irritante.
La vicenda oscura, infatti, parte dalle donne e solo una donna può, coerentemente, porvi rimedio.

«“Ma c’è un’altra magia, ancora più importante, ancora più potente e per questo ancora più odiata dai preti di Dio. Perché loro non ce l’hanno, capite?”
“E qual è?”
“Essere una donna, mademoiselle. Essere il Suo volto, essere chi dà la vita. Allora si può essere chi la toglie, perché quello è l’altro aspetto, e nessuno può impedirvelo, se lo fate nel modo giusto.”»

Infatti, Genevieve può tentare di opporsi a Christelle per un motivo. Apparentemente opposte come il Bene e il Male, la protagonista e l’antagonista sono accomunate da qualcosa: la madre di Genevieve è stata nutrice di Christelle. Sono, quindi, come sorelle: hanno qualcosa di simile. E hanno entrambe qualcosa di potente.
Come tutte le donne.

Agave

L’affascinante Athos e quell’idiota di d’Artagnan

«Non temete le opportunità e cercate le avventure.»

Immergendosi nel mondo entusiasmante de I tre moschettieri, ci si imbatte in personaggi rissosi, attaccabrighe, scavezzacollo, irrequieti e tempestosi, un po’ vigliacchi o assolutamente incapaci di trattenersi di fronte a una rissa da taverna. O, come quell’idiota di d’Artagnan, incapaci di stare calmi davanti a un bianco braccio femminile intravisto di sfuggita, come in sogno.

In questa marea di volti indimenticabili, uno su tutti emerge dall’inchiostro come se fosse una persona viva: Athos, il moschettiere dal carattere ruvido, dal silenzio ostinato e dalla sbronza facile.

«La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo.
Siate filosofi con me, signori, mettetevi a tavola e beviamo; nulla fa sembrare roseo il futuro come guardarlo attraverso un bicchiere di chambertin.»

È Athos il vero protagonista del romanzo, l’uomo che suggella ogni scena con una frase epica (come quella riportata qui sopra), il vero motore dell’azione (anche se, inspiegabilmente, d’Artagnan si prende tutto il merito).
Athos è, inoltre, un personaggio complesso, mentre gli altri moschettieri sembrano presentare un solo tratto caratteriale, spesso affine o in antitesi con un aspetto di Athos. Infatti, Aramis è un dongiovanni spretato mentre Athos ha amato un’unica donna nella sua vita; Porthos si atteggia a nobiluomo mentre Athos, che nobile lo è realmente, tenta in tutti i modi di nasconderlo; d’Artagnan è un avventato attaccabrighe… esattamente come Athos.

Vorrei soffermarmi sul rapporto tra Athos e d’Artagnan.
Athos tratta il giovane come un padre tratterebbe il figlio, un padre che si riconosce nel figlio e vuole stargli accanto, lasciandolo però libero di agire, e di sbagliare.

«Athos era del parere che bisognava lasciare ad ognuno la sua libera scelta. Non dava mai consigli senza esserne richiesto e bisognava anche chiederglieli due volte. In generale -egli diceva- i consigli si chiedono soltanto per non seguirli, o, se si sono seguiti, per avere qualcuno a cui poter rimproverare d’averli dati.»

Athos rivede se stesso in d’Artagnan e i due sono così simili che Alexandre Dumas può giocare al gioco degli scambi, come viene espresso in un divertente dialogo tra Athos e il commissario agli ordini di Richelieu, quando il nostro moschettiere si fa catturare al posto del d’Artagnan, spacciandosi per lui per metterlo in salvo.

«“Il vostro nome?’” chiese il commissario.
“Athos.” […]
Ma avete detto di chiamarvi d’Artagnan.”
‘Io?”
‘Sì, voi.”
‘Non è esatto. Hanno detto a me: Voi siete il signor d’Artagnan. Io ho risposto: Credete?. Le guardie hanno strillato che ne erano certe e io non ho voluto contrariarle. D’altronde avrei potuto ingannarmi.”»

Ma c’è di più. Come Athos vede se stesso in d’Artagnan, così sembra che Alexandre Dumas veda se stesso sia in d’Artagnan che in Athos.
Leggendo i dialoghi tra d’Artagnan e Athos, ho avuto, infatti, l’impressione che Dumas faccia ‘dialogare’ ciò che era da giovane con l’uomo che è diventato: Athos guarda d’Artagnan con lo sguardo indulgente che Dumas riserva alla propria giovinezza. Il lato più maturo e disincantato dello scrittore (Athos) guarda al suo lato più infantile e focoso (d’Artagnan) con affetto e addirittura subendone il fascino. Come se, anche da uomo maturo, Dumas volesse ancora sentirsi come quando aveva vent’anni e non aveva paura di nulla, quando afferrava la vita senza farsi domande, prendendola con passione, tuffandosi con impeto.
È infatti Athos ad esclamare:

«Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono di andare! La vita merita forse tutte queste domande? D’Artagnan, sono pronto a seguirvi!»

Agave

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La Terra di Mezzo, Andata e Ritorno

“Ebbene, cari amici. Qui sulle rive del mare finisce la nostra Compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò “non piangete”, perché non tutte le lacrime sono un male.”

 

Mi sentirei presuntuosa se provassi in poche righe a recensire un’opera così complessa come Il Signore degli Anelli, per cui credo che a questo libro straordinario dedicherò più d’una recensione.
Qui, visto che mi piacciono le cose fatte al contrario, anziché parlare dell’inizio, vi parlerò dell’ultima pagina.

La storia è nota: Frodo, piccolo Hobbit che vive in una terra felice chiamata Contea, si offre di recarsi a Mordor, insieme al fedele servitore Sam, per distruggere l’Anello del Potere, che, se cadesse nelle mani del Nemico, causerebbe la distruzione della Terra di Mezzo. Frodo parte e, mentre attorno a lui infuriano battaglie, muoiono eroi, si innamorano fanciulle, Frodo continua a camminare, portando un fardello che si fa sempre più pesante.
Infine arriva a destinazione, distrugge l’anello. E ritorna a casa.

Ed è del ritorno che vorrei parlare.
E per capire il ritorno di Frodo è necessario fare un passo indietro.

Ricorderete che il sottotitolo de Lo Hobbit, l’opera che precede cronologicamente Il Signore degli Anelli, è Andata e ritorno. Questo perché, per Bilbo, protagonista della narrazione, tornare è necessario per raccontare ciò che è stato scoperto, per renderlo patrimonio comune. E si nota che la persona che inizia un viaggio è diversa dalla persona che lo termina.

Così Bilbo al termine de Lo Hobbit è cambiato, ha acquisito conoscenza del mondo e di se stesso. E per questo cambiamento, non potrà mai più tornare alla vita di prima, nessuno riuscirà a riconoscerlo più.
Lo stesso accade a Frodo ne Il Signore degli Anelli. Il viaggio di Frodo è compiuto al fine di ristabilire l’ordine del mondo. Questo potrebbe far pensare alla ricerca medievale del Santo Graal, ma vi è una differenza fondamentale.
Mentre nella ricerca tradizionale il Santo Graal deve essere conquistato, la prova finale di Frodo è opposta: l’oggetto magico e potente va distrutto. È una lotta non con un mostro, ma con un Male interiore.
E dopo aver portato a termine questo viaggio, anche Frodo, come Bilbo, non può più essere lo stesso.
Viene introdotto, dunque, un altro tema: quello delle Isole Immortali e dei Porti Grigi.

A ovest della Terra di Mezzo abbiamo il mare. Oltre il mare, le leggende parlano delle Terre Immortali da cui provengono gli elfi e dove gli elfi vanno per vivere indisturbati la loro immortalità.
Queste Terre Immortali si rifanno a una tradizione medievale, quella delle Isole Beate, dove vanno le anime dei defunti. È anche, se vogliamo, la “terra inesplorata dalla quale nessun viaggiatore fa mai ritorno”, citata da Shakespeare nell’Amleto. È anche possibile identificarla come il monte del Purgatorio descritto da Dante nella Divina Commedia.
In tutte queste leggende e in queste storie sembra comune il tema dell’ultimo viaggio, di un viaggio di sola andata (non di “Andata e ritorno”), che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare.

In conclusione, dopo aver tanto viaggiato e conosciuto, è possibile trovare la pace solo nelle Terre Immortali.
Così il mondo di Tolkien rappresenta il nostro mondo, attraverso il quale i protagonisti compiono un viaggio alla ricerca di se stessi, che, quando è compiuto, termina con le Terre Imperiture, un viaggio senza ritorno.
Non è un caso che Il Signore degli Anelli termini con la partenza di Frodo per la “Terra inesplorata”, mentre il suo fedele Sam resta.
Mentre Frodo è stato sconvolto dal viaggio e dal peso dell’Anello, Sam non è stato così segnato e la sua avventura non è ancora conclusa. Dopo che Frodo è partito dai Porti Grigi, Sam torna a casa. Il Ritorno del Re termina, quindi, con le parole:

“Sono tornato”,

che significano: “Sono vivo. Posso ripartire.”

Agave

Per approfondire, potete leggere:
Paolo Gulisano, La mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Bompiani, 2011

[Recensione] La solitudine dei numeri primi

“C’era qualcosa, nel modo in cui teneva la testa buttata giù, che le faceva venire voglia di avvicinarsi, di sollevargli il mento e di dirgli guardami, sono qui.”

Da tempo non scrivo recensioni. Non ho smesso di leggere, ma ho smesso di leggere libri che mi ispirassero una recensione.

Poi, oggi, ho ricordato La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008).

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Il romanzo d’esordio di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello 2008, ha attirato pareri contrastanti.

Lo stile semplice, accessibile anche al lettore medio, è stato bersagliato dalle critiche dei lettori più raffinati. Però c’è da dire che non manca di pregi: è uno stile pacato, quasi senza variazioni di tono, come se tutto il libro fosse raccontato in un sussurro. Anche i momenti più drammatici danno l’impressione di essere narrati sottovoce.
Questo permette al lettore di immergersi in un’atmosfera ovattata che, nella sua apparente leggerezza, nasconde delle inquietudini profonde. La stessa atmosfera che avvolge i protagonisti.

Alice e Mattia, infatti, sono segnati da traumi avvenuti nella loro infanzia che condizionano le loro vite future. Vite che potrebbero riscattarsi, ma che non lo fanno: anche a molti anni di distanza da quei traumi, Alice e Mattia sono avvolti da un muro di solitudine lieve, ma tuttavia insormontabile, rappresentato dalla metafora che dà il titolo al libro.

“I matematici li chiamano ‘primi gemelli’: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.”

A partire da quando si incontrano – al liceo – e per sempre, si sentono simili, ma come due numeri primi gemelli, sono separati da un solo numero, che basta a tenerli distanti.

“Mattia pensava che lui e Alice erano così
due primi gemelli, soli e perduti,
vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.
A lei non l’aveva mai detto.”

La loro solitudine è raccontata attraverso varie fasi delle loro vite, in cui ottengono piccoli successi o perdono occasioni.
Tutti questi momenti sono, come si è detto sopra, sempre narrati con delicatezza, una gentilezza che attenua il dolore dei protagonisti e lo rende umano, comprensibile. E quasi familiare.
Come se noi tutti, in realtà, fossimo numeri primi.

[Recensione] Un giorno, di David Nicholls

Di cosa parla questo romanzo? Di due personaggi e delle le loro vite, che per vent’anni continuano a sfiorarsi senza intrecciarsi mai.
Amici, amanti, confidenti, Emma e Dexter si scrivono lettere, si fanno telefonate nel cuore della notte e ogni 15 luglio (che è il “giorno” del titolo) si incontrano, ma per un motivo o per un altro non riescono, o non vogliono, stare insieme. Dopo quel primo 15 luglio del 1988 in cui fanno l’amore quasi per caso, continuano a rincorrersi e a perdersi, a ritrovarsi e a non volersi cercare.

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È così difficile capire quando una persona è diventata indispensabile?

Eppure Emma e Dexter continuano a pensare l’uno all’altra, a tenersi in contatto. E il fascino di questo romanzo sta in questo: per vent’anni, le loro vite combaciano senza toccarsi. Vivono vite diverse, eppure accomunate dalla reciproca presenza invisibile.
L’altro elemento per cui bisognerebbe leggere questo romanzo è il fatto che Emma e Dexter siano personaggi ordinari con una vita ordinaria. Lei, studentessa di Lettere che per qualche strano motivo impedisce continuamente a se stessa di essere felice; lui, figlio-di-papà con un milione di possibilità davanti e con nessuna che realmente lo interessa. Em e Dex, Dex e Em riescono a catturare il lettore pur con l’assoluta – se vogliamo – convenzionalità della loro storia, del loro mondo, della loro personalità. Sono personaggi reali, sorprendenti nel loro essere ordinari. Reali, perché pieni di difetti, sogni, illusioni comuni, Emma e Dexter guardano il mondo con gli occhi di chi è cosciente di vivere una storia normale in un mondo normale, e si sorprendono di essere, a volte, felici delle piccole cose che li circondano.
E forse il fascino dell’amore sta nel suo essere un atto di magia quotidiana, spesso inafferrabile proprio perché è alla portata di tutti.

Agave

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[Recensione] Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey

“Molti spietati guerrieri si asciugarono le lacrime dagli occhi,
applaudendo e gridandomi di cantare ancora.”

Immagina di stare preparando un esame e di stare cercando disperatamente un’opera leggera, da gustare tra una pausa e l’altra.
Immagina di entrare in libreria e curiosare tra gli scaffali, prendere il primo libro che ti capita.
Immagina di tornare a casa e di cominciare a leggerlo. Immagina che per un po’ il libro sia esattamente ciò che pensavi che fosse: un piacevole passatempo.
E immagina la tua sorpresa nello scoprire che quel romanzo è un capolavoro.

È esattamente ciò che mi è accaduto leggendo Il dardo e la rosa.

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Nel primo centinaio di pagine assistiamo alle avventure erotiche di una cortigiana tanto bella quanto affascinante e intelligente.
Phèdre no Delaunay, infatti, vive nella splendida Terre D’Ange, la terra che, secondo la leggenda, discende dal Beato Elua, un angelo nato dalle lacrime di Maria Maddalena unite al sangue di Cristo. Il Beato Elua ha abitato in questa terra insieme agli altri angeli che hanno voluto seguirlo. E tutti, tranne uno, hanno scelto di obbedire al suo unico, grande comandamento:

“Ama a tuo piacimento.”

Gli angeline, che discendono dalla sua stirpe, si ricordano bene il suo precetto. E soprattutto se lo ricorda Phèdre, che è un essere raro: è, infatti, in grado di provare piacere nel dolore. Phèdre, per il suo dono, sarà accolta dal nobile Anafiel Delaunay e per lui e per se stessa intraprenderà la carriera di cortigiana, che in Terre d’Ange ha una valenza sacra, poiché le cortigiane sono votate a Naamah, l’angelo più vicino a Elua.

“Man mano che i preliminari si spingevano oltre, i veli di tulle venivano lentamente fatti arretrare, a uno a uno. Io osservavo estatica e il mio respiro si fece corto. Si abbracciarono e si baciarono; lui le teneva il viso come se fosse un oggetto prezioso e lei ondeggiava come un salice ai suoi baci.
È così che preghiamo, noi servi di Naamah.”

Ed è così che si svolge la prima parte del romanzo: seguendo le “preghiere” di Phèdre con i suoi protettori.
Ma Phèdre è molto più che una cortigiana. Anafiel Delaunay ne fa una spia, che nell’intimità delle stanze da letto dovrà scoprire delicati segreti di Stato…
E quando il mondo di Phèdre verrà sconvolto, lei sarà pronta per affrontarlo. Anche perché al suo fianco ci sarà un alleato insospettabile, che l’amerà e la proteggerà per sempre, il suo Compagno perfetto, uno dei personaggi – a mio giudizio – più contraddittori, affascinanti e indimenticabili che si siano mai trovati in un fantasy.

Con lo sconvolgimento del mondo di Phèdre e l’inizio del suo viaggio, si smette di leggere un normale libro di intrattenimento e si comincia il capolavoro.
Il dardo e la rosa si rivela un affresco perfetto di civiltà che vengono dipinte dalla penna della Carey con i colori misti della fantasia e della storia. Terre d’Ange è la Francia medievale, come Aragonia è la Spagna e Alba la Gran Bretagna, ma sono tutte filtrate attraverso un velo di magia, che intreccia avvenimenti storici e mitologici. Il risultato è un quadro originale e al tempo stesso credibile, familiare e straordinario.
Su questo quadro si innesta un’avventura mozzafiato, splendidamente orchestrata, dove tutti gli ingranaggi si incastrano e funzionano: una struttura solida che è indispensabile in un fantasy.
In questa storia agiscono personaggi indimenticabili: poeti, mercanti, amanti, cortigiani, zingari, soldati votati alla castità che sanno improvvisarsi cantastorie. E, tra tutti, spicca la voce narrante della protagonista.

Mi permetto una parola in più su di lei (a costo di scendere troppo nel personale), poiché il tema delle protagoniste femminili nei libri fantasy ha una certa importanza per me.

È una delle cose più irritanti, per me, lettrice-donna, trovare, inventato da una scrittrice-donna, un personaggio-donna che sia una sciocca, banale Mary Sue.
Non si capisce perché le protagoniste debbano essere necessariamente belle e stupide, tanto stupide che commettono errori di calcolo imbarazzanti, o che non sono in grado di valutare le situazioni. Oppure, così orgogliose da risultare antipatiche. Si potrebbero fare esempi a bizzeffe, a partire dal fantasy considerato “di qualità” (ho già espresso la mia opinione su Morgana de Le nebbie di Avalon), fino alle attuali serie che vanno tanto di moda: Twilight, con la scialba Bella, oppure Fallen, con la frivola Luce, entrambe tanto privilegiate dagli eventi che le vedono partecipi, quanto inadeguate.
Con Phèdre finalmente si ha una protagonista che non è né un’oca né un’idiota.
Bellissima, affascinante, conturbante per certi versi, Phèdre dà importanza al proprio aspetto, perché è una cortigiana della Corte della Notte, ma anche alla propria preparazione culturale. Studia diverse lingue che le permetteranno di tirarsi fuori dai guai in diverse occasioni nei suoi viaggi in giro per il mondo; sviluppa una capacità per capire se chi le sta di fronte stia mentendo o no; si va venire delle idee brillanti, improvvise e coraggiose ma al tempo stesso attuabili. Commette degli errori (ed è qui che si capisce che il personaggio non è solo la proiezione delle fantasie dell’autrice), ma sono errori comprensibili, umani. E spesso sono errori che derivano dal desiderio – profondo e irresistibile quanto irrazionale – che la lega proprio all’antagonista…

Si può dire ancora molto su questo romanzo, primo di una trilogia, ma entrando nel dettaglio si rischia di svelare particolari, e personaggi, che il lettore può apprezzare scoprendoli da sé, lasciandosi guidare dalla conturbante magia di queste pagine.

Qui concludo con un’ultima considerazione di tipo personale.
Pochi sono i romanzi come questo, capaci di coinvolgere profondamente, catturando l’attenzione con la complessità della storia, con il fascino umano dei personaggi e con la nitidezza delle immagini.
Anche ora che so come va a finire, apro il mio volume in un punto qualsiasi e comincio a leggere, e mi sento così calata nel libro che non lo leggo solamente.

Qui, leggere è come ricordare.

Sento di essere stata a Terre d’Ange e c’era il Principe dei Viaggiatori che mi chiamava Stella della Sera; con lui da bambina rubavo dolci al mercato.
E c’era la poetessa e il suo Canto dell’esule che ho cantato tante volte lontana da casa.
E c’era la risata dell’ammiraglio Rouss, il sorriso enigmatico di Anafiel Delaunay e l’incanto pericoloso di Méliasande.
Gli occhi scuri di Hyacinthe sono un’immagine chiara nella mia mente.
La danza dei pugnali di Joscelin nella tempesta di neve fa ormai parte dei mie ricordi.

Agave

LA TRILOGIA DI PHEDRE, in edizione NORD e in edizione economica TEA a 12 euro, comprende:

1. Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey (Nord)

2. La prescelta e l’erede, di Jacqueline Carey (Nord)

3. La maschera e le tenebre, di Jacqueline Carey (Nord)


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Le stelle sono belle per un fiore che non si vede

“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa.”

I grandi classici sono tali poiché nelle loro parole gli uomini e le donne di tutte le epoche possono trovare qualcosa di se stessi.
E ognuno può trovare in un classico, se non proprio il senso della vita, lo specchio di un momento.

Mentre stamattina ero in camera mia a studiare, sono stata catturata dal fascino dei vari oggetti della mia stanza. Anzi, di un oggetto in particolare: l’edizione tascabile del Piccolo principe in francese che ho preso a Parigi tre anni fa.
Mi sono messa a pensare a quante volte io abbia letto quelle pagine, e a ogni significato che ho trovato a seconda del mio umore e della mia età. Quando ero più piccola, era importante l’indimenticabile discorso della volpe sull’importanza di vedere bene con il cuore, non con gli occhi. Qualche anno fa, invece, mi divertivano tutti i ritratti degli uomini incontrati dal piccolo principe, perché avevano qualcosa di buffo e insieme di incantevole.
In ogni caso, quel grande classico è sempre stato, per me, un’esperienza dolce.

Oggi ci ho trovato qualcosa di drammatico.
Il tono favolistico della narrazione ci fa sembrare tutto un gioco di tante piccole immagini poetiche. Ma quelle non sono solo belle immagini.
Sono le nostre miserie.
L’ossessività dell’uomo d’affari, l’insensatezza della vita dell’uomo col lampione, la solitudine dell’ubriacone… Tutte queste immagini, per quanto belle siano, rimangono le nostre miserie, i lati di cui ci vergogniamo, i “noi stessi” che non osiamo riconoscere e affrontare.
Il piccolo principe viveva su un pianeta, aveva i suoi tramonti e il suo fiore che era orgoglioso, sì, ma che profumava tutta l’aria. Perché lo ha abbandonato? Per cercare degli amici. E che cosa ha trovato? Tanti piccoli uomini chiusi nelle loro malinconie.
Solo con la volpe riesce a incontrare un amico, ma poi deve proseguire il suo viaggio.
Per trovare cosa? Un deserto di rose tutte uguali.
Allora il piccolo principe guarda il cielo e dice:

“Le stelle sono belle per un fiore che non si vede.”

E viene il dubbio che la felicità non sia nel mondo, ma che sia in quella rosa lontana, unica, che non si è avuto il coraggio o la capacità di accudire.

“Non avrei dovuto venirmene via! […] Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”

Se si addomestica qualcuno, se ne diventa responsabili. Non si può abbandonare chi si addomestica, perché a volte non basta guardare i campi di grano per sentirsi felici. E, come il Piccolo principe, si vuole tornare indietro, perché un unico fiore orgoglioso può far sentire meno grande la distanza dalle stelle.

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Agave

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[Recensione] La vita fa rima con la morte

“Oggi siete l’uno oggetto della lettura dell’altro,
ognuno legge nell’altro la sua storia non scritta”
Italo Calvino

La citazione è tratta da Se una notte d’inverno un viaggiatore, e non per niente questa frase è anche il sottotitolo di questo blog.
Credo che ogni persona abbia scritto in faccia la propria storia non scritta. La storia di qualcuno è più leggibile (vedi un volto e riesci a indovinare ogni sorriso che quel volto ha regalato); la storia di altri è più difficile da decifrare. Ed è qui che interviene la fantasia. Ed è questo che permette agli scrittori di scrivere.
Tutti gli scrittori (da Calvino a Oz a ben-più-modestamente me) sono stati ispirati da storie che hanno letto tra le righe di sorrisi sconosciuti.
Il bel romanzo di Amos Oz entra nella testa di uno scrittore, delineando l’affascinante passaggio tra ciò che accade davvero e ciò che accade solo nell’immaginazione.

immagine recensioni

Il protagonista de La vita fa rima con la morte è, appunto, uno scrittore che tiene una conferenza sul suo ultimo libro. Mentre il noioso e pomposo responsabile della Casa della Cultura presenta il libro, lo scrittore esamina i presenti. E di qualcuno di loro comincia a immaginarsi la storia.
Poi, finita la conferenza, lo scrittore compierà delle azioni e dei gesti che spesso entrano in contraddizione con se stessi, perché sono per metà accaduti, e per metà immaginati.
Entrambi gli aspetti, fantasia e realtà, si compenetrano, al punto che non è possibile distinguerli e entrambi, anziché contrastarsi, si valorizzano a vicenda. E, anzi, viene il sospetto che la fantasia senza la realtà perda valore, e viceversa. Infatti, la conferenza senza  non avrebbe nulla di particolare senza il viaggio mentale dello scrittore, e il viaggio mentale dello scrittore non sarebbe così intrigante se non venisse il dubbio, al lettore, che possa essere accaduto davvero.
La bellezza di questo romanzo deriva, quindi, non dal contrasto netto tra fantasia e realtà, ma dalla scintilla che entrambe producono quando vengono fatte agire in un unico tempo, come una scintilla viene prodotta dalla sincronia di due pietre focaie.
E le “storie non scritte” non si distinguono più dalle “storie reali”, e tutto quanto il racconto rimane sospeso in quel limbo incantato di realtà e fantasia che è la mente di ogni scrittore.

Agave

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