La Terra di Mezzo, Andata e Ritorno

“Ebbene, cari amici. Qui sulle rive del mare finisce la nostra Compagnia nella Terra di Mezzo. Andate in pace! Non dirò “non piangete”, perché non tutte le lacrime sono un male.”

 

Mi sentirei presuntuosa se provassi in poche righe a recensire un’opera così complessa come Il Signore degli Anelli, per cui credo che a questo libro straordinario dedicherò più d’una recensione.
Qui, visto che mi piacciono le cose fatte al contrario, anziché parlare dell’inizio, vi parlerò dell’ultima pagina.

La storia è nota: Frodo, piccolo Hobbit che vive in una terra felice chiamata Contea, si offre di recarsi a Mordor, insieme al fedele servitore Sam, per distruggere l’Anello del Potere, che, se cadesse nelle mani del Nemico, causerebbe la distruzione della Terra di Mezzo. Frodo parte e, mentre attorno a lui infuriano battaglie, muoiono eroi, si innamorano fanciulle, Frodo continua a camminare, portando un fardello che si fa sempre più pesante.
Infine arriva a destinazione, distrugge l’anello. E ritorna a casa.

Ed è del ritorno che vorrei parlare.
E per capire il ritorno di Frodo è necessario fare un passo indietro.

Ricorderete che il sottotitolo de Lo Hobbit, l’opera che precede cronologicamente Il Signore degli Anelli, è Andata e ritorno. Questo perché, per Bilbo, protagonista della narrazione, tornare è necessario per raccontare ciò che è stato scoperto, per renderlo patrimonio comune. E si nota che la persona che inizia un viaggio è diversa dalla persona che lo termina.

Così Bilbo al termine de Lo Hobbit è cambiato, ha acquisito conoscenza del mondo e di se stesso. E per questo cambiamento, non potrà mai più tornare alla vita di prima, nessuno riuscirà a riconoscerlo più.
Lo stesso accade a Frodo ne Il Signore degli Anelli. Il viaggio di Frodo è compiuto al fine di ristabilire l’ordine del mondo. Questo potrebbe far pensare alla ricerca medievale del Santo Graal, ma vi è una differenza fondamentale.
Mentre nella ricerca tradizionale il Santo Graal deve essere conquistato, la prova finale di Frodo è opposta: l’oggetto magico e potente va distrutto. È una lotta non con un mostro, ma con un Male interiore.
E dopo aver portato a termine questo viaggio, anche Frodo, come Bilbo, non può più essere lo stesso.
Viene introdotto, dunque, un altro tema: quello delle Isole Immortali e dei Porti Grigi.

A ovest della Terra di Mezzo abbiamo il mare. Oltre il mare, le leggende parlano delle Terre Immortali da cui provengono gli elfi e dove gli elfi vanno per vivere indisturbati la loro immortalità.
Queste Terre Immortali si rifanno a una tradizione medievale, quella delle Isole Beate, dove vanno le anime dei defunti. È anche, se vogliamo, la “terra inesplorata dalla quale nessun viaggiatore fa mai ritorno”, citata da Shakespeare nell’Amleto. È anche possibile identificarla come il monte del Purgatorio descritto da Dante nella Divina Commedia.
In tutte queste leggende e in queste storie sembra comune il tema dell’ultimo viaggio, di un viaggio di sola andata (non di “Andata e ritorno”), che tutti, prima o poi, dobbiamo affrontare.

In conclusione, dopo aver tanto viaggiato e conosciuto, è possibile trovare la pace solo nelle Terre Immortali.
Così il mondo di Tolkien rappresenta il nostro mondo, attraverso il quale i protagonisti compiono un viaggio alla ricerca di se stessi, che, quando è compiuto, termina con le Terre Imperiture, un viaggio senza ritorno.
Non è un caso che Il Signore degli Anelli termini con la partenza di Frodo per la “Terra inesplorata”, mentre il suo fedele Sam resta.
Mentre Frodo è stato sconvolto dal viaggio e dal peso dell’Anello, Sam non è stato così segnato e la sua avventura non è ancora conclusa. Dopo che Frodo è partito dai Porti Grigi, Sam torna a casa. Il Ritorno del Re termina, quindi, con le parole:

“Sono tornato”,

che significano: “Sono vivo. Posso ripartire.”

Agave

Per approfondire, potete leggere:
Paolo Gulisano, La mappa della Terra di Mezzo di Tolkien, Bompiani, 2011

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Arrivederci

“In tristezza dobbiamo lasciarci, ma non nella disperazione. Guarda! Noi non siamo vincolati per sempre a ciò che si trova entro i confini del mondo, e al di là di essi vi è più dei ricordi.”

Queste sono le parole che Aragorn dice ad Arwen prima di morire, ed è con queste parole che voglio salutare un amico.

Perché io, di fronte alla morte, non so cosa dire.

Arrivederci, guerriero.

Agave,
e tutto il Writer’s Dream

[Recensione] La solitudine dei numeri primi

“C’era qualcosa, nel modo in cui teneva la testa buttata giù, che le faceva venire voglia di avvicinarsi, di sollevargli il mento e di dirgli guardami, sono qui.”

Da tempo non scrivo recensioni. Non ho smesso di leggere, ma ho smesso di leggere libri che mi ispirassero una recensione.

Poi, oggi, ho ricordato La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008).

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Il romanzo d’esordio di Paolo Giordano, vincitore del Premio Strega e del Premio Campiello 2008, ha attirato pareri contrastanti.

Lo stile semplice, accessibile anche al lettore medio, è stato bersagliato dalle critiche dei lettori più raffinati. Però c’è da dire che non manca di pregi: è uno stile pacato, quasi senza variazioni di tono, come se tutto il libro fosse raccontato in un sussurro. Anche i momenti più drammatici danno l’impressione di essere narrati sottovoce.
Questo permette al lettore di immergersi in un’atmosfera ovattata che, nella sua apparente leggerezza, nasconde delle inquietudini profonde. La stessa atmosfera che avvolge i protagonisti.

Alice e Mattia, infatti, sono segnati da traumi avvenuti nella loro infanzia che condizionano le loro vite future. Vite che potrebbero riscattarsi, ma che non lo fanno: anche a molti anni di distanza da quei traumi, Alice e Mattia sono avvolti da un muro di solitudine lieve, ma tuttavia insormontabile, rappresentato dalla metafora che dà il titolo al libro.

“I matematici li chiamano ‘primi gemelli’: sono coppie di numeri primi che se ne stanno vicini, anzi quasi vicini, perché fra di loro vi è sempre un numero pari che gli impedisce di toccarsi per davvero.”

A partire da quando si incontrano – al liceo – e per sempre, si sentono simili, ma come due numeri primi gemelli, sono separati da un solo numero, che basta a tenerli distanti.

“Mattia pensava che lui e Alice erano così
due primi gemelli, soli e perduti,
vicini ma non abbastanza per sfiorarsi davvero.
A lei non l’aveva mai detto.”

La loro solitudine è raccontata attraverso varie fasi delle loro vite, in cui ottengono piccoli successi o perdono occasioni.
Tutti questi momenti sono, come si è detto sopra, sempre narrati con delicatezza, una gentilezza che attenua il dolore dei protagonisti e lo rende umano, comprensibile. E quasi familiare.
Come se noi tutti, in realtà, fossimo numeri primi.

Letterati: come riconoscerli

“Un poeta è la creatura meno poetica che esista.”
(Oscar Wilde)

Hanno una Moleskine
Leggono libri, tanti libri
soprattutto classici
e soprattutto classici russi
Scrivono i propri pensieri
Scrivono libri
Dicono sempre che è meglio il libro del film che ne è stato tratto
Sono strani
Fanno discorsi per citazioni
Fanno discorsi per citazioni latine e greche
Scrivono in rime nei messaggi
Scrivono in terzine dantesche nei messaggi
Hanno un blog (gli esibizionisti)
Hanno un diario segreto (i timidi)
Hanno entrambi (i confusi)
Fumano Lucky Strike
Hanno almeno un amico immaginario
Suonano uno strumento
Sono convinti che la poesia salverà il mondo, ma nessuno salverà i poeti
Non sanno fare elenchi
Disdegnano la letteratura moderna
Sono egocentrici
Amano Italo Calvino
Vorrebbero abbracciare George R.R. Martin
Vanno a teatro
Vanno ai cineforum di interesse culturale
Si perdono sempre
Non sanno organizzarsi
Dividono il mondo fra quelli che sono Letterati e quelli che non lo sono
In una canzone, ascoltano più il testo della musica
Si drogano pesantemente di parole
Odiano le parole “Scienze umanistiche”
Odiano gli ingegneri (come tutti, del resto)
Si sento controcorrente
Si compiacciono di essere incompresi
Scrivono lettere – a mano
Frequentano Lettere moderne con orgoglio
Pensano di appartenere a un’epoca diversa (‘800 di solito)
I veri Letterati amano Virginia Woolf
Leggono tutti i libri del proprio autore preferito
Sottolineano (a matita) le loro frasi preferite nei libri
Disprezzano i lettori e-book
Stanno facendo il test per vedere quanto sono Letterati
Rimangono delusi se non lo sono abbastanza
Conoscono a memoria brani della Divina Commedia
Non guardano la televisione
Leggono e traducono le iscrizioni latine nelle chiese
Correggono gli altri se commettono errori grammaticali
Sono incapaci nelle attività manuali
Si innamorano dei personaggi dei libri
Hanno qualche difficoltà nel relazionarsi con il mondo concreto al di là dei loro sogni.

Agave

Ritratto della mia bambina

«La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo,
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te”.
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.»

Questa poesia, che dà anche il titolo al blog, mi è stata dedicata da mio padre l’11 ottobre 2009, giorno del mio diciottesimo compleanno. Mi è tornata in mente qualche giorno fa, a tre anni di distanza, e mi sono accorta che molte persone, nella mia vita, mi vedono ancora così.
Per mio padre sono ancora una nuvola vestita d’azzurro, immersa in viaggi reali o immaginari, che scivola sopra alle cose del mondo senza toccare nulla, leggera e vagante.
Io, invece, mi accorgo che forse ero così qualche tempo fa, ma adesso è diverso.
A volte mi sembra di essere pioggia, di scivolare verso il basso, attirata da pensieri troppo pesanti.
E a volte, soprattutto quando scrivo, mi sembra di essere aria, senza corpo né sostanza, libera da qualsiasi legame.

Ma per mio padre so che rimarrò per sempre una bambina, una nuvola vagante, abbastanza vicina alla terra per vederne la bellezza, abbastanza libera per sorridere al cielo.

Agave

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Perché si studia latino?

Preparando l’esame di latino che darò a settembre, leggendo Seneca (lettera 35 a Lucilio), trovo questo pensiero:

“Ora tu mi ami, ma non mi sei veramente amico.
‘Forse che queste due cose sono diverse?’
Certo, e non si somigliano affatto. Chi è amico, ama; ma chi ama non è sempre amico.
L’amicizia giova sempre; l’amore, a volte, può far male.”

E poi:

“È vero che, anche quando si è lontani, quelli che amiamo ci danno motivo di gioia, ma essa è lieve e fugace.

Invece il loro aspetto, la loro presenza, la loro conversazione danno un senso di vivo piacere […]. Perciò fammi un grande dono: quello della tua presenza. […]
Affréttati a venire da me, ma prima sii con te stesso.”

È strano ritrovare nelle parole di un uomo vissuto anni fa qualcosa di mio.
E probabilmente è per questo che si studia ancora latino (così come si studia la letteratura, così come si leggono ancora libri): trovare qualcosa di nostro in parole altrui ci fa sentire meno soli e più completi.

Non siamo ipocriti: sappiamo tutti e due (io che scrivo e tu che leggi) che preferirei passare il sabato mattina a fare altro piuttosto che stare a tradurre Seneca.
Ma poi, traducendo, vengo illuminata da frasi del genere e penso che, tutto sommato, poter studiare latino è anche una fortuna, perché questo vecchietto vissuto duemila anni fa può farmi intuire qualcosa sul vero volto del mio presente.

Agave

[Recensione] Un giorno, di David Nicholls

Di cosa parla questo romanzo? Di due personaggi e delle le loro vite, che per vent’anni continuano a sfiorarsi senza intrecciarsi mai.
Amici, amanti, confidenti, Emma e Dexter si scrivono lettere, si fanno telefonate nel cuore della notte e ogni 15 luglio (che è il “giorno” del titolo) si incontrano, ma per un motivo o per un altro non riescono, o non vogliono, stare insieme. Dopo quel primo 15 luglio del 1988 in cui fanno l’amore quasi per caso, continuano a rincorrersi e a perdersi, a ritrovarsi e a non volersi cercare.

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È così difficile capire quando una persona è diventata indispensabile?

Eppure Emma e Dexter continuano a pensare l’uno all’altra, a tenersi in contatto. E il fascino di questo romanzo sta in questo: per vent’anni, le loro vite combaciano senza toccarsi. Vivono vite diverse, eppure accomunate dalla reciproca presenza invisibile.
L’altro elemento per cui bisognerebbe leggere questo romanzo è il fatto che Emma e Dexter siano personaggi ordinari con una vita ordinaria. Lei, studentessa di Lettere che per qualche strano motivo impedisce continuamente a se stessa di essere felice; lui, figlio-di-papà con un milione di possibilità davanti e con nessuna che realmente lo interessa. Em e Dex, Dex e Em riescono a catturare il lettore pur con l’assoluta – se vogliamo – convenzionalità della loro storia, del loro mondo, della loro personalità. Sono personaggi reali, sorprendenti nel loro essere ordinari. Reali, perché pieni di difetti, sogni, illusioni comuni, Emma e Dexter guardano il mondo con gli occhi di chi è cosciente di vivere una storia normale in un mondo normale, e si sorprendono di essere, a volte, felici delle piccole cose che li circondano.
E forse il fascino dell’amore sta nel suo essere un atto di magia quotidiana, spesso inafferrabile proprio perché è alla portata di tutti.

Agave

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Sei il colore dei miei ricordi, la perla del mio presente.
Sei tutte le parole
che non ho ancora scritto.

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Persone…

“Ma se vuoi andartene puoi farlo.
Io mi ricorderò di te.
Io mi ricordo di tutti quelli che se ne vanno.”

Persone che se ne vanno…
Persone che indugiano lì, a bordo pagina, a volte scrivono qualche frase, a volte solo un capitolo, ma ormai non fanno più parte delle pagine della nostra vita.
Persone distratte, vaganti, casuali…
Persone che puoi solo sfiorare…
Persone che, anche quando se ne sono andate, restano. Come cicatrici, dopo un po’ non fanno più male, ma non riesci mai a dimenticare del tutto la loro assenza.

Agave

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Basta parole.
Non una parola sui nostri sentimenti, perché solo due sguardi che si intrappolano nel buio hanno valore di verità.
Non una parola su noi stessi, perché le parole gonfiano l’ego e disperdono l’essenza.
Non una parola su ciò che viviamo, perché le esperienze che cambiano la vita fanno trattenere il fiato e dimenticare di parlare.
Basta parole.
Silenzio.
Silenzio nella mia testa e nei miei sospiri.
Silenzio nelle passeggiate, nelle corse, lungo i ciottoli delle mie strade, sotto la pioggia, davanti al mare, sull’orlo di tutti i tramonti, negli anni, nei giorni, nelle nostre vite di rumore.
Silenzio.

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