[Recensione] Il linguaggio segreto dei fiori, di Vanessa Diffenbaugh

«Restammo a lungo aggrappati l’uno all’altra come se stessimo affogando, ma senza cercare la riva, in silenzio, respirando a malapena.»

Vanessa Diffenbaugh, Il linguaggio segreto dei fiori, Garzanti, 2012

Victoria ha paura e non sa esprimere i propri sentimenti, se non attraverso i fiori.
Victoria ha paura perché è stata abbandonata alla nascita. Affidata ai servizi sociali, è stata sballottata da una famiglia all’altra, da una casa dell’accoglienza all’altra. Fino ai diciotto anni, quando è obbligata a essere libera, a costruirsi una vita con le proprie forze.
Ma una nuova vita, per chi non è mai stato amato e si sente solo e senza radici, è difficile da creare. Per fortuna c’è la fiorista Renata, che assume Victoria dopo che la protagonista le prova il suo talento.

«Quando ebbi finito, una spirale di crisantemi bianchi si ergeva da un cuscino di verbena color neve e grappoli di pallide rose rampicanti scendevano a cerchio dal piccolo mazzo stretto nel nastro di raso. Tolsi tutte le spine. Il mazzo era bianco come un bouquet da sposa e parlava di verità, di preghiera e di un cuore acerbo. Ma nessuno lo avrebbe capito.
[…]
“Cos’è?”, chiese.
“La mia esperienza”, risposi porgendole i fiori.»

E lavorando per Renata, Victoria incontra un ragazzo. Ha l’aria forte e profuma di fiori e terra. Viene dal passato di Victoria, anche se lei ancora non lo sa, e creerà un ponte tra il passato e il presente della ragazza, ponendo le basi per un futuro possibile.

immagine recensioni

Il racconto procede tra il piano del presente, con Victoria diciottenne, e la storia del suo ultimo tentativo, nove anni prima, di essere adottata da parte di una donna: Elizabeth.
È stata Elizabeth la prima a dare una voce ai sentimenti torbidi di quella bambina spaventata, insegnandole il linguaggio segreto dei fiori.
Cosa è accaduto? Perché Victoria non è rimasta con Elizabeth?

La risposta è solo verso il finale, e l’alternarsi del passato e del presente crea una suspance che al tempo stesso trascina e permette di conoscere i personaggi a un livello più profondo.
E si scopre che tutti sono segnati da ferite invisibili, non cicatrizzate per i troppi conflitti e il troppo rancore; e la rosa gialla (la gelosia e l’infedeltà) sembra una barriera che neanche a distanza di anni si può superare.
Eppure un cambiamento è possibile anche per Victoria.
Perché esiste qualcuno in grado di starle accanto pur rispettandone la solitudine.
E perché esiste un tipo di amore, l’amore materno, incondizionato e incancellabile, capace di crescere dal nulla, inaspettato come un fiore senza radici.

Agave

Una nota sul linguaggio dei fiori

Sono stata attratta da questo libro perché a me, come a Victoria, piace indagare il significato dei fiori, nascosto e invisibile ai più.
Quando ho dovuto scegliere un nome per il blog, ho scelto Agave per il suo messaggio nel linguaggio dei fiori. Cercatelo, se siete curiosi. Ne troverete molti, ma come dice Elizabeth, in realtà ogni fiore ha uno e un solo significato.

Annunci

Le stelle sono belle per un fiore che non si vede

“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa.”

I grandi classici sono tali poiché nelle loro parole gli uomini e le donne di tutte le epoche possono trovare qualcosa di se stessi.
E ognuno può trovare in un classico, se non proprio il senso della vita, lo specchio di un momento.

Mentre stamattina ero in camera mia a studiare, sono stata catturata dal fascino dei vari oggetti della mia stanza. Anzi, di un oggetto in particolare: l’edizione tascabile del Piccolo principe in francese che ho preso a Parigi tre anni fa.
Mi sono messa a pensare a quante volte io abbia letto quelle pagine, e a ogni significato che ho trovato a seconda del mio umore e della mia età. Quando ero più piccola, era importante l’indimenticabile discorso della volpe sull’importanza di vedere bene con il cuore, non con gli occhi. Qualche anno fa, invece, mi divertivano tutti i ritratti degli uomini incontrati dal piccolo principe, perché avevano qualcosa di buffo e insieme di incantevole.
In ogni caso, quel grande classico è sempre stato, per me, un’esperienza dolce.

Oggi ci ho trovato qualcosa di drammatico.
Il tono favolistico della narrazione ci fa sembrare tutto un gioco di tante piccole immagini poetiche. Ma quelle non sono solo belle immagini.
Sono le nostre miserie.
L’ossessività dell’uomo d’affari, l’insensatezza della vita dell’uomo col lampione, la solitudine dell’ubriacone… Tutte queste immagini, per quanto belle siano, rimangono le nostre miserie, i lati di cui ci vergogniamo, i “noi stessi” che non osiamo riconoscere e affrontare.
Il piccolo principe viveva su un pianeta, aveva i suoi tramonti e il suo fiore che era orgoglioso, sì, ma che profumava tutta l’aria. Perché lo ha abbandonato? Per cercare degli amici. E che cosa ha trovato? Tanti piccoli uomini chiusi nelle loro malinconie.
Solo con la volpe riesce a incontrare un amico, ma poi deve proseguire il suo viaggio.
Per trovare cosa? Un deserto di rose tutte uguali.
Allora il piccolo principe guarda il cielo e dice:

“Le stelle sono belle per un fiore che non si vede.”

E viene il dubbio che la felicità non sia nel mondo, ma che sia in quella rosa lontana, unica, che non si è avuto il coraggio o la capacità di accudire.

“Non avrei dovuto venirmene via! […] Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”

Se si addomestica qualcuno, se ne diventa responsabili. Non si può abbandonare chi si addomestica, perché a volte non basta guardare i campi di grano per sentirsi felici. E, come il Piccolo principe, si vuole tornare indietro, perché un unico fiore orgoglioso può far sentire meno grande la distanza dalle stelle.

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Agave

Immagine

Enter your email address to follow this blog and receive notifications of new posts by email.

Segui assieme ad altri 16 follower