L’affascinante Athos e quell’idiota di d’Artagnan

«Non temete le opportunità e cercate le avventure.»

Immergendosi nel mondo entusiasmante de I tre moschettieri, ci si imbatte in personaggi rissosi, attaccabrighe, scavezzacollo, irrequieti e tempestosi, un po’ vigliacchi o assolutamente incapaci di trattenersi di fronte a una rissa da taverna. O, come quell’idiota di d’Artagnan, incapaci di stare calmi davanti a un bianco braccio femminile intravisto di sfuggita, come in sogno.

In questa marea di volti indimenticabili, uno su tutti emerge dall’inchiostro come se fosse una persona viva: Athos, il moschettiere dal carattere ruvido, dal silenzio ostinato e dalla sbronza facile.

«La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo.
Siate filosofi con me, signori, mettetevi a tavola e beviamo; nulla fa sembrare roseo il futuro come guardarlo attraverso un bicchiere di chambertin.»

È Athos il vero protagonista del romanzo, l’uomo che suggella ogni scena con una frase epica (come quella riportata qui sopra), il vero motore dell’azione (anche se, inspiegabilmente, d’Artagnan si prende tutto il merito).
Athos è, inoltre, un personaggio complesso, mentre gli altri moschettieri sembrano presentare un solo tratto caratteriale, spesso affine o in antitesi con un aspetto di Athos. Infatti, Aramis è un dongiovanni spretato mentre Athos ha amato un’unica donna nella sua vita; Porthos si atteggia a nobiluomo mentre Athos, che nobile lo è realmente, tenta in tutti i modi di nasconderlo; d’Artagnan è un avventato attaccabrighe… esattamente come Athos.

Vorrei soffermarmi sul rapporto tra Athos e d’Artagnan.
Athos tratta il giovane come un padre tratterebbe il figlio, un padre che si riconosce nel figlio e vuole stargli accanto, lasciandolo però libero di agire, e di sbagliare.

«Athos era del parere che bisognava lasciare ad ognuno la sua libera scelta. Non dava mai consigli senza esserne richiesto e bisognava anche chiederglieli due volte. In generale -egli diceva- i consigli si chiedono soltanto per non seguirli, o, se si sono seguiti, per avere qualcuno a cui poter rimproverare d’averli dati.»

Athos rivede se stesso in d’Artagnan e i due sono così simili che Alexandre Dumas può giocare al gioco degli scambi, come viene espresso in un divertente dialogo tra Athos e il commissario agli ordini di Richelieu, quando il nostro moschettiere si fa catturare al posto del d’Artagnan, spacciandosi per lui per metterlo in salvo.

«“Il vostro nome?’” chiese il commissario.
“Athos.” […]
Ma avete detto di chiamarvi d’Artagnan.”
‘Io?”
‘Sì, voi.”
‘Non è esatto. Hanno detto a me: Voi siete il signor d’Artagnan. Io ho risposto: Credete?. Le guardie hanno strillato che ne erano certe e io non ho voluto contrariarle. D’altronde avrei potuto ingannarmi.”»

Ma c’è di più. Come Athos vede se stesso in d’Artagnan, così sembra che Alexandre Dumas veda se stesso sia in d’Artagnan che in Athos.
Leggendo i dialoghi tra d’Artagnan e Athos, ho avuto, infatti, l’impressione che Dumas faccia ‘dialogare’ ciò che era da giovane con l’uomo che è diventato: Athos guarda d’Artagnan con lo sguardo indulgente che Dumas riserva alla propria giovinezza. Il lato più maturo e disincantato dello scrittore (Athos) guarda al suo lato più infantile e focoso (d’Artagnan) con affetto e addirittura subendone il fascino. Come se, anche da uomo maturo, Dumas volesse ancora sentirsi come quando aveva vent’anni e non aveva paura di nulla, quando afferrava la vita senza farsi domande, prendendola con passione, tuffandosi con impeto.
È infatti Athos ad esclamare:

«Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono di andare! La vita merita forse tutte queste domande? D’Artagnan, sono pronto a seguirvi!»

Agave

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Ritratto della mia bambina

«La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo,
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te”.
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.»

Questa poesia, che dà anche il titolo al blog, mi è stata dedicata da mio padre l’11 ottobre 2009, giorno del mio diciottesimo compleanno. Mi è tornata in mente qualche giorno fa, a tre anni di distanza, e mi sono accorta che molte persone, nella mia vita, mi vedono ancora così.
Per mio padre sono ancora una nuvola vestita d’azzurro, immersa in viaggi reali o immaginari, che scivola sopra alle cose del mondo senza toccare nulla, leggera e vagante.
Io, invece, mi accorgo che forse ero così qualche tempo fa, ma adesso è diverso.
A volte mi sembra di essere pioggia, di scivolare verso il basso, attirata da pensieri troppo pesanti.
E a volte, soprattutto quando scrivo, mi sembra di essere aria, senza corpo né sostanza, libera da qualsiasi legame.

Ma per mio padre so che rimarrò per sempre una bambina, una nuvola vagante, abbastanza vicina alla terra per vederne la bellezza, abbastanza libera per sorridere al cielo.

Agave

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Persone…

“Ma se vuoi andartene puoi farlo.
Io mi ricorderò di te.
Io mi ricordo di tutti quelli che se ne vanno.”

Persone che se ne vanno…
Persone che indugiano lì, a bordo pagina, a volte scrivono qualche frase, a volte solo un capitolo, ma ormai non fanno più parte delle pagine della nostra vita.
Persone distratte, vaganti, casuali…
Persone che puoi solo sfiorare…
Persone che, anche quando se ne sono andate, restano. Come cicatrici, dopo un po’ non fanno più male, ma non riesci mai a dimenticare del tutto la loro assenza.

Agave

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[Recensione] La vita fa rima con la morte

“Oggi siete l’uno oggetto della lettura dell’altro,
ognuno legge nell’altro la sua storia non scritta”
Italo Calvino

La citazione è tratta da Se una notte d’inverno un viaggiatore, e non per niente questa frase è anche il sottotitolo di questo blog.
Credo che ogni persona abbia scritto in faccia la propria storia non scritta. La storia di qualcuno è più leggibile (vedi un volto e riesci a indovinare ogni sorriso che quel volto ha regalato); la storia di altri è più difficile da decifrare. Ed è qui che interviene la fantasia. Ed è questo che permette agli scrittori di scrivere.
Tutti gli scrittori (da Calvino a Oz a ben-più-modestamente me) sono stati ispirati da storie che hanno letto tra le righe di sorrisi sconosciuti.
Il bel romanzo di Amos Oz entra nella testa di uno scrittore, delineando l’affascinante passaggio tra ciò che accade davvero e ciò che accade solo nell’immaginazione.

immagine recensioni

Il protagonista de La vita fa rima con la morte è, appunto, uno scrittore che tiene una conferenza sul suo ultimo libro. Mentre il noioso e pomposo responsabile della Casa della Cultura presenta il libro, lo scrittore esamina i presenti. E di qualcuno di loro comincia a immaginarsi la storia.
Poi, finita la conferenza, lo scrittore compierà delle azioni e dei gesti che spesso entrano in contraddizione con se stessi, perché sono per metà accaduti, e per metà immaginati.
Entrambi gli aspetti, fantasia e realtà, si compenetrano, al punto che non è possibile distinguerli e entrambi, anziché contrastarsi, si valorizzano a vicenda. E, anzi, viene il sospetto che la fantasia senza la realtà perda valore, e viceversa. Infatti, la conferenza senza  non avrebbe nulla di particolare senza il viaggio mentale dello scrittore, e il viaggio mentale dello scrittore non sarebbe così intrigante se non venisse il dubbio, al lettore, che possa essere accaduto davvero.
La bellezza di questo romanzo deriva, quindi, non dal contrasto netto tra fantasia e realtà, ma dalla scintilla che entrambe producono quando vengono fatte agire in un unico tempo, come una scintilla viene prodotta dalla sincronia di due pietre focaie.
E le “storie non scritte” non si distinguono più dalle “storie reali”, e tutto quanto il racconto rimane sospeso in quel limbo incantato di realtà e fantasia che è la mente di ogni scrittore.

Agave

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