L’affascinante Athos e quell’idiota di d’Artagnan

«Non temete le opportunità e cercate le avventure.»

Immergendosi nel mondo entusiasmante de I tre moschettieri, ci si imbatte in personaggi rissosi, attaccabrighe, scavezzacollo, irrequieti e tempestosi, un po’ vigliacchi o assolutamente incapaci di trattenersi di fronte a una rissa da taverna. O, come quell’idiota di d’Artagnan, incapaci di stare calmi davanti a un bianco braccio femminile intravisto di sfuggita, come in sogno.

In questa marea di volti indimenticabili, uno su tutti emerge dall’inchiostro come se fosse una persona viva: Athos, il moschettiere dal carattere ruvido, dal silenzio ostinato e dalla sbronza facile.

«La vita è un rosario di piccole miserie che il filosofo sgrana ridendo.
Siate filosofi con me, signori, mettetevi a tavola e beviamo; nulla fa sembrare roseo il futuro come guardarlo attraverso un bicchiere di chambertin.»

È Athos il vero protagonista del romanzo, l’uomo che suggella ogni scena con una frase epica (come quella riportata qui sopra), il vero motore dell’azione (anche se, inspiegabilmente, d’Artagnan si prende tutto il merito).
Athos è, inoltre, un personaggio complesso, mentre gli altri moschettieri sembrano presentare un solo tratto caratteriale, spesso affine o in antitesi con un aspetto di Athos. Infatti, Aramis è un dongiovanni spretato mentre Athos ha amato un’unica donna nella sua vita; Porthos si atteggia a nobiluomo mentre Athos, che nobile lo è realmente, tenta in tutti i modi di nasconderlo; d’Artagnan è un avventato attaccabrighe… esattamente come Athos.

Vorrei soffermarmi sul rapporto tra Athos e d’Artagnan.
Athos tratta il giovane come un padre tratterebbe il figlio, un padre che si riconosce nel figlio e vuole stargli accanto, lasciandolo però libero di agire, e di sbagliare.

«Athos era del parere che bisognava lasciare ad ognuno la sua libera scelta. Non dava mai consigli senza esserne richiesto e bisognava anche chiederglieli due volte. In generale -egli diceva- i consigli si chiedono soltanto per non seguirli, o, se si sono seguiti, per avere qualcuno a cui poter rimproverare d’averli dati.»

Athos rivede se stesso in d’Artagnan e i due sono così simili che Alexandre Dumas può giocare al gioco degli scambi, come viene espresso in un divertente dialogo tra Athos e il commissario agli ordini di Richelieu, quando il nostro moschettiere si fa catturare al posto del d’Artagnan, spacciandosi per lui per metterlo in salvo.

«“Il vostro nome?’” chiese il commissario.
“Athos.” […]
Ma avete detto di chiamarvi d’Artagnan.”
‘Io?”
‘Sì, voi.”
‘Non è esatto. Hanno detto a me: Voi siete il signor d’Artagnan. Io ho risposto: Credete?. Le guardie hanno strillato che ne erano certe e io non ho voluto contrariarle. D’altronde avrei potuto ingannarmi.”»

Ma c’è di più. Come Athos vede se stesso in d’Artagnan, così sembra che Alexandre Dumas veda se stesso sia in d’Artagnan che in Athos.
Leggendo i dialoghi tra d’Artagnan e Athos, ho avuto, infatti, l’impressione che Dumas faccia ‘dialogare’ ciò che era da giovane con l’uomo che è diventato: Athos guarda d’Artagnan con lo sguardo indulgente che Dumas riserva alla propria giovinezza. Il lato più maturo e disincantato dello scrittore (Athos) guarda al suo lato più infantile e focoso (d’Artagnan) con affetto e addirittura subendone il fascino. Come se, anche da uomo maturo, Dumas volesse ancora sentirsi come quando aveva vent’anni e non aveva paura di nulla, quando afferrava la vita senza farsi domande, prendendola con passione, tuffandosi con impeto.
È infatti Athos ad esclamare:

«Andiamo a farci ammazzare là dove ci dicono di andare! La vita merita forse tutte queste domande? D’Artagnan, sono pronto a seguirvi!»

Agave

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Ritratto della mia bambina

«La mia bambina con la palla in mano,
con gli occhi grandi colore del cielo,
e dell’estiva vesticciola: “Babbo
– mi disse – voglio uscire oggi con te”.
Ed io pensavo: Di tante parvenze
che s’ammirano al mondo, io ben so a quali
posso la mia bambina assomigliare.
Certo alla schiuma, alla marina schiuma
che sull’onde biancheggia, a quella scia
ch’esce azzurra dai tetti e il vento sperde;
anche alle nubi, insensibili nubi
che si fanno e disfanno in chiaro cielo;
e ad altre cose leggere e vaganti.»

Questa poesia, che dà anche il titolo al blog, mi è stata dedicata da mio padre l’11 ottobre 2009, giorno del mio diciottesimo compleanno. Mi è tornata in mente qualche giorno fa, a tre anni di distanza, e mi sono accorta che molte persone, nella mia vita, mi vedono ancora così.
Per mio padre sono ancora una nuvola vestita d’azzurro, immersa in viaggi reali o immaginari, che scivola sopra alle cose del mondo senza toccare nulla, leggera e vagante.
Io, invece, mi accorgo che forse ero così qualche tempo fa, ma adesso è diverso.
A volte mi sembra di essere pioggia, di scivolare verso il basso, attirata da pensieri troppo pesanti.
E a volte, soprattutto quando scrivo, mi sembra di essere aria, senza corpo né sostanza, libera da qualsiasi legame.

Ma per mio padre so che rimarrò per sempre una bambina, una nuvola vagante, abbastanza vicina alla terra per vederne la bellezza, abbastanza libera per sorridere al cielo.

Agave

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[Recensione] Un giorno, di David Nicholls

Di cosa parla questo romanzo? Di due personaggi e delle le loro vite, che per vent’anni continuano a sfiorarsi senza intrecciarsi mai.
Amici, amanti, confidenti, Emma e Dexter si scrivono lettere, si fanno telefonate nel cuore della notte e ogni 15 luglio (che è il “giorno” del titolo) si incontrano, ma per un motivo o per un altro non riescono, o non vogliono, stare insieme. Dopo quel primo 15 luglio del 1988 in cui fanno l’amore quasi per caso, continuano a rincorrersi e a perdersi, a ritrovarsi e a non volersi cercare.

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È così difficile capire quando una persona è diventata indispensabile?

Eppure Emma e Dexter continuano a pensare l’uno all’altra, a tenersi in contatto. E il fascino di questo romanzo sta in questo: per vent’anni, le loro vite combaciano senza toccarsi. Vivono vite diverse, eppure accomunate dalla reciproca presenza invisibile.
L’altro elemento per cui bisognerebbe leggere questo romanzo è il fatto che Emma e Dexter siano personaggi ordinari con una vita ordinaria. Lei, studentessa di Lettere che per qualche strano motivo impedisce continuamente a se stessa di essere felice; lui, figlio-di-papà con un milione di possibilità davanti e con nessuna che realmente lo interessa. Em e Dex, Dex e Em riescono a catturare il lettore pur con l’assoluta – se vogliamo – convenzionalità della loro storia, del loro mondo, della loro personalità. Sono personaggi reali, sorprendenti nel loro essere ordinari. Reali, perché pieni di difetti, sogni, illusioni comuni, Emma e Dexter guardano il mondo con gli occhi di chi è cosciente di vivere una storia normale in un mondo normale, e si sorprendono di essere, a volte, felici delle piccole cose che li circondano.
E forse il fascino dell’amore sta nel suo essere un atto di magia quotidiana, spesso inafferrabile proprio perché è alla portata di tutti.

Agave

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Sei il colore dei miei ricordi, la perla del mio presente.
Sei tutte le parole
che non ho ancora scritto.

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Persone…

“Ma se vuoi andartene puoi farlo.
Io mi ricorderò di te.
Io mi ricordo di tutti quelli che se ne vanno.”

Persone che se ne vanno…
Persone che indugiano lì, a bordo pagina, a volte scrivono qualche frase, a volte solo un capitolo, ma ormai non fanno più parte delle pagine della nostra vita.
Persone distratte, vaganti, casuali…
Persone che puoi solo sfiorare…
Persone che, anche quando se ne sono andate, restano. Come cicatrici, dopo un po’ non fanno più male, ma non riesci mai a dimenticare del tutto la loro assenza.

Agave

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[Recensione] Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey

“Molti spietati guerrieri si asciugarono le lacrime dagli occhi,
applaudendo e gridandomi di cantare ancora.”

Immagina di stare preparando un esame e di stare cercando disperatamente un’opera leggera, da gustare tra una pausa e l’altra.
Immagina di entrare in libreria e curiosare tra gli scaffali, prendere il primo libro che ti capita.
Immagina di tornare a casa e di cominciare a leggerlo. Immagina che per un po’ il libro sia esattamente ciò che pensavi che fosse: un piacevole passatempo.
E immagina la tua sorpresa nello scoprire che quel romanzo è un capolavoro.

È esattamente ciò che mi è accaduto leggendo Il dardo e la rosa.

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Nel primo centinaio di pagine assistiamo alle avventure erotiche di una cortigiana tanto bella quanto affascinante e intelligente.
Phèdre no Delaunay, infatti, vive nella splendida Terre D’Ange, la terra che, secondo la leggenda, discende dal Beato Elua, un angelo nato dalle lacrime di Maria Maddalena unite al sangue di Cristo. Il Beato Elua ha abitato in questa terra insieme agli altri angeli che hanno voluto seguirlo. E tutti, tranne uno, hanno scelto di obbedire al suo unico, grande comandamento:

“Ama a tuo piacimento.”

Gli angeline, che discendono dalla sua stirpe, si ricordano bene il suo precetto. E soprattutto se lo ricorda Phèdre, che è un essere raro: è, infatti, in grado di provare piacere nel dolore. Phèdre, per il suo dono, sarà accolta dal nobile Anafiel Delaunay e per lui e per se stessa intraprenderà la carriera di cortigiana, che in Terre d’Ange ha una valenza sacra, poiché le cortigiane sono votate a Naamah, l’angelo più vicino a Elua.

“Man mano che i preliminari si spingevano oltre, i veli di tulle venivano lentamente fatti arretrare, a uno a uno. Io osservavo estatica e il mio respiro si fece corto. Si abbracciarono e si baciarono; lui le teneva il viso come se fosse un oggetto prezioso e lei ondeggiava come un salice ai suoi baci.
È così che preghiamo, noi servi di Naamah.”

Ed è così che si svolge la prima parte del romanzo: seguendo le “preghiere” di Phèdre con i suoi protettori.
Ma Phèdre è molto più che una cortigiana. Anafiel Delaunay ne fa una spia, che nell’intimità delle stanze da letto dovrà scoprire delicati segreti di Stato…
E quando il mondo di Phèdre verrà sconvolto, lei sarà pronta per affrontarlo. Anche perché al suo fianco ci sarà un alleato insospettabile, che l’amerà e la proteggerà per sempre, il suo Compagno perfetto, uno dei personaggi – a mio giudizio – più contraddittori, affascinanti e indimenticabili che si siano mai trovati in un fantasy.

Con lo sconvolgimento del mondo di Phèdre e l’inizio del suo viaggio, si smette di leggere un normale libro di intrattenimento e si comincia il capolavoro.
Il dardo e la rosa si rivela un affresco perfetto di civiltà che vengono dipinte dalla penna della Carey con i colori misti della fantasia e della storia. Terre d’Ange è la Francia medievale, come Aragonia è la Spagna e Alba la Gran Bretagna, ma sono tutte filtrate attraverso un velo di magia, che intreccia avvenimenti storici e mitologici. Il risultato è un quadro originale e al tempo stesso credibile, familiare e straordinario.
Su questo quadro si innesta un’avventura mozzafiato, splendidamente orchestrata, dove tutti gli ingranaggi si incastrano e funzionano: una struttura solida che è indispensabile in un fantasy.
In questa storia agiscono personaggi indimenticabili: poeti, mercanti, amanti, cortigiani, zingari, soldati votati alla castità che sanno improvvisarsi cantastorie. E, tra tutti, spicca la voce narrante della protagonista.

Mi permetto una parola in più su di lei (a costo di scendere troppo nel personale), poiché il tema delle protagoniste femminili nei libri fantasy ha una certa importanza per me.

È una delle cose più irritanti, per me, lettrice-donna, trovare, inventato da una scrittrice-donna, un personaggio-donna che sia una sciocca, banale Mary Sue.
Non si capisce perché le protagoniste debbano essere necessariamente belle e stupide, tanto stupide che commettono errori di calcolo imbarazzanti, o che non sono in grado di valutare le situazioni. Oppure, così orgogliose da risultare antipatiche. Si potrebbero fare esempi a bizzeffe, a partire dal fantasy considerato “di qualità” (ho già espresso la mia opinione su Morgana de Le nebbie di Avalon), fino alle attuali serie che vanno tanto di moda: Twilight, con la scialba Bella, oppure Fallen, con la frivola Luce, entrambe tanto privilegiate dagli eventi che le vedono partecipi, quanto inadeguate.
Con Phèdre finalmente si ha una protagonista che non è né un’oca né un’idiota.
Bellissima, affascinante, conturbante per certi versi, Phèdre dà importanza al proprio aspetto, perché è una cortigiana della Corte della Notte, ma anche alla propria preparazione culturale. Studia diverse lingue che le permetteranno di tirarsi fuori dai guai in diverse occasioni nei suoi viaggi in giro per il mondo; sviluppa una capacità per capire se chi le sta di fronte stia mentendo o no; si va venire delle idee brillanti, improvvise e coraggiose ma al tempo stesso attuabili. Commette degli errori (ed è qui che si capisce che il personaggio non è solo la proiezione delle fantasie dell’autrice), ma sono errori comprensibili, umani. E spesso sono errori che derivano dal desiderio – profondo e irresistibile quanto irrazionale – che la lega proprio all’antagonista…

Si può dire ancora molto su questo romanzo, primo di una trilogia, ma entrando nel dettaglio si rischia di svelare particolari, e personaggi, che il lettore può apprezzare scoprendoli da sé, lasciandosi guidare dalla conturbante magia di queste pagine.

Qui concludo con un’ultima considerazione di tipo personale.
Pochi sono i romanzi come questo, capaci di coinvolgere profondamente, catturando l’attenzione con la complessità della storia, con il fascino umano dei personaggi e con la nitidezza delle immagini.
Anche ora che so come va a finire, apro il mio volume in un punto qualsiasi e comincio a leggere, e mi sento così calata nel libro che non lo leggo solamente.

Qui, leggere è come ricordare.

Sento di essere stata a Terre d’Ange e c’era il Principe dei Viaggiatori che mi chiamava Stella della Sera; con lui da bambina rubavo dolci al mercato.
E c’era la poetessa e il suo Canto dell’esule che ho cantato tante volte lontana da casa.
E c’era la risata dell’ammiraglio Rouss, il sorriso enigmatico di Anafiel Delaunay e l’incanto pericoloso di Méliasande.
Gli occhi scuri di Hyacinthe sono un’immagine chiara nella mia mente.
La danza dei pugnali di Joscelin nella tempesta di neve fa ormai parte dei mie ricordi.

Agave

LA TRILOGIA DI PHEDRE, in edizione NORD e in edizione economica TEA a 12 euro, comprende:

1. Il dardo e la rosa, di Jacqueline Carey (Nord)

2. La prescelta e l’erede, di Jacqueline Carey (Nord)

3. La maschera e le tenebre, di Jacqueline Carey (Nord)


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Le stelle sono belle per un fiore che non si vede

“Tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato.
Tu sei responsabile della tua rosa.”

I grandi classici sono tali poiché nelle loro parole gli uomini e le donne di tutte le epoche possono trovare qualcosa di se stessi.
E ognuno può trovare in un classico, se non proprio il senso della vita, lo specchio di un momento.

Mentre stamattina ero in camera mia a studiare, sono stata catturata dal fascino dei vari oggetti della mia stanza. Anzi, di un oggetto in particolare: l’edizione tascabile del Piccolo principe in francese che ho preso a Parigi tre anni fa.
Mi sono messa a pensare a quante volte io abbia letto quelle pagine, e a ogni significato che ho trovato a seconda del mio umore e della mia età. Quando ero più piccola, era importante l’indimenticabile discorso della volpe sull’importanza di vedere bene con il cuore, non con gli occhi. Qualche anno fa, invece, mi divertivano tutti i ritratti degli uomini incontrati dal piccolo principe, perché avevano qualcosa di buffo e insieme di incantevole.
In ogni caso, quel grande classico è sempre stato, per me, un’esperienza dolce.

Oggi ci ho trovato qualcosa di drammatico.
Il tono favolistico della narrazione ci fa sembrare tutto un gioco di tante piccole immagini poetiche. Ma quelle non sono solo belle immagini.
Sono le nostre miserie.
L’ossessività dell’uomo d’affari, l’insensatezza della vita dell’uomo col lampione, la solitudine dell’ubriacone… Tutte queste immagini, per quanto belle siano, rimangono le nostre miserie, i lati di cui ci vergogniamo, i “noi stessi” che non osiamo riconoscere e affrontare.
Il piccolo principe viveva su un pianeta, aveva i suoi tramonti e il suo fiore che era orgoglioso, sì, ma che profumava tutta l’aria. Perché lo ha abbandonato? Per cercare degli amici. E che cosa ha trovato? Tanti piccoli uomini chiusi nelle loro malinconie.
Solo con la volpe riesce a incontrare un amico, ma poi deve proseguire il suo viaggio.
Per trovare cosa? Un deserto di rose tutte uguali.
Allora il piccolo principe guarda il cielo e dice:

“Le stelle sono belle per un fiore che non si vede.”

E viene il dubbio che la felicità non sia nel mondo, ma che sia in quella rosa lontana, unica, che non si è avuto il coraggio o la capacità di accudire.

“Non avrei dovuto venirmene via! […] Ma ero troppo giovane per saperlo amare.”

Se si addomestica qualcuno, se ne diventa responsabili. Non si può abbandonare chi si addomestica, perché a volte non basta guardare i campi di grano per sentirsi felici. E, come il Piccolo principe, si vuole tornare indietro, perché un unico fiore orgoglioso può far sentire meno grande la distanza dalle stelle.

Ma i grandi non capiranno mai che questo abbia tanta importanza.

Agave

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Ricordi

“Un ricordo è qualcosa che hai,
o qualcosa che hai perso per sempre?”

Stringiamo i ricordi per non farli scivolare dalle mani, li stringiamo forte fino a farli sanguinare e ancora non riusciamo a lasciarli scorrere via.
Ciò che conosciamo come può fare così paura?

Perché i gesti sono gli stessi, ma noi siamo cambiati.
E non abbiamo più nulla in comune,
tranne i nostri ricordi.

Agave

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[Recensione] Verrà il tempo per noi, di Gianni Gardon

“Quella notte si era spezzato qualcosa nelle loro fragili vite
e per il bene di entrambi decisero di non parlarsi più,
anche per scacciare gli incubi.”


Titolo: Verrà il tempo per noi
Autore: Gianni Gardon
Editore: Nulla Die
Prezzo: 18 euro
Pagine: 186

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Il punto forte del romanzo d’esordio di Gianni Gardon sono i protagonisti vari e interessanti. Sono ragazzi che lottano per realizzare il proprio sogno. Seguendo ognuno di questi personaggi, il brillante Claudio, la dolce Vale, l’inquieto Johnny o i tanti altri, il lettore è partecipe delle loro aspirazioni, delle loro risate, delle loro angosce. In poche parole, dei loro primi passi verso l’età adulta, illuminati dal suono della musica e resi un po’ amari per qualche illusione infantile destinata necessariamente a cadere.

Una storia di formazione, dunque, in cui si scopre che i protagonisti, che all’inizio non sembravano avere molto in comune, sono legati da una trama di fili invisibili ma indelebili. Pagina dopo pagina, i fili delle loro vite si annodano spontaneamente, creando un intreccio complesso e completo, che lascia al lettore la sensazione di una storia compiuta. Ma è anche un finale aperto, perché quando, finalmente, “verrà il tempo” per tutti loro, il lettore potrà continuare a immaginarsi come saranno le loro vite, se davvero tutto è compiuto, se davvero quel tempo è arrivato. E questo aggiunge fascino al racconto e ai suoi personaggi.

Un appunto che si potrebbe fare riguarda la lunghezza. Il bel romanzo di Gardon si legge in un pomeriggio, estendendosi in sole 177 pagine. Su una trama così solida e ben strutturata, invece, si sarebbe potuta sviluppare una vicenda più ampia, scavando ulteriormente nella psicologia dei suoi già intriganti protagonisti.
Ma sappiamo per certo che Gardon sta lavorando a un nuovo romanzo. Aspettiamo, dunque, un’opera più estesa e ancora più profonda, sicuri che quel tempo verrà.

Agave

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[Recensione] Le nebbie di Avalon, di Marion Zimmer Bradley

«Ma la magia di Avalon non cambia mai », mormorò Galahad. « La nebbia, i canneti, le grida degli uccelli acquatici… e la barca che, come per magia, giunge dalla riva silenziosa… So che qui non c’è nulla per me, eppure vi ritorno sempre.»

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Dopo che abbiamo sentito tanto parlare di un romanzo come di un capolavoro, quando finalmente lo abbiamo tra le mani rischiamo di rimanere, quasi inevitabilmente, un po’ delusi.
Ed è così che mi sono trovata leggendo Le nebbie di Avalon: mi aspettavo una storia che avesse il sapore dei miti antichi, e mi son ritrovata a che fare con le lagne e le lamentele di donne tutte uguali.

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Le nebbie di Avalon è il racconto del ciclo arturiano narrato dal punto di vista delle donne. Idea interessante, se solo queste donne fossero interessanti.
Peccato che Igraine, Morgana,Viviana, Ginevra parlino tutte più o meno nello stesso modo, pensino nello stesso modo, vivano quasi le stesse situazioni. Tutte si innamorano di un uomo bellissimo, tutte sospirano un po’ per averlo, tutte sono presentate come figure a metà tra la solennità della loro stirpe regale e la dimensione umana del loro essere donna.
Questa duplicità prometterebbe grandi cose, se solo questi due aspetti delle protagoniste non fossero delineati in maniera monotona e frettolosa. La solennità di alcune di loro è, infatti, percepita in momenti fugaci in cui la donna, per effetto di una magia, si erge di fronte all’uomo in tutto il suo fascino. Altrettanto accade con la loro dimensione umana: i diversi punti di vista non sono ben marcati, tanto che i pensieri delle varie protagoniste sono molto simili tra loro e sono molto brevi, poco approfonditi.
Per non parlare del fatto che queste donne (ed è una donna che scrive questo articolo) sono, in certi momenti, persino irritanti.
I personaggi femminili sono piatti e sciocchi, privi di logica: Ginevra è isterica e bigotta; le grandi sacerdotesse di Avalon, Viviana e Morgana, commettono continuamente errori di calcolo imbarazzanti. Ed è inquietante che in un presunto romanzo femminista il personaggio più complesso e approfondito sia Lancillotto (il cui vero nome è Galahad). Lancillotto, infatti, è tormentato da un segreto ben più vergognoso – per l’epoca – dell’amore nascosto per la regina, un segreto che getta una luce nuova e intrigante su tutta la vicenda. Inoltre, l’autrice affida a Galahad i ragionamenti più profondi sul senso della magia, della vita, dell’amore, e sono sue alcune delle frasi (come quella che ho riportato in cime a questo articolo) che creano il senso di mistero che, a volte, aleggia nel romanzo come un velo di nebbia incantata.

E dunque ci si chiede: se in un romanzo femminista le donne appaiono come delle adolescenti vagamente isteriche e dalla psicologia ben poco approfondita, in un romanzo maschilista come dovrebbero apparire?

A questi difetti si aggiunga il fatto che, in generale, tutto il romanzo è pervaso da una certa fretta. Le sequenze narrative sono brevi, anche quelle più importanti (come il matrimonio di Artù e Ginevra). Il lettore ha appena il tempo di calarsi in una scena che subito essa è cambiata.
Un esempio che si può citare senza svelare snodi della trama, poiché si tratta di un episodio fine a se stesso, è il rapimento di Ginevra da parte di Meleagrant: la regina viene rapita a pagina 394, violentata a pagina 396, salvata a pagina 398. Il lettore non ha il tempo di dolersi per la sua sorte, che subito viene indotto a rallegrarsi per la sua salvezza!

La stessa tendenza alla sintesi frettolosa non risparmia le descrizioni, ridotte a poche frasi o addirittura a poche parole. Il lettore sente la necessità di sentirsi descrivere il castello di Cornovaglia, il palazzo di re Artù a Camelot… Nulla. Nemmeno Avalon è descritta come ci si aspetterebbe. Nella scena in cui Morgana è portata per la prima volta nell’isola fatata viene detto solo:

«Il cima al Tor stava un cerchio di pietre erette, fulgido nel sole, e la grande strada processionale saliva intorno all’immensa collina. Ai piedi del Tor c’erano gli edifici che ospitavano i sacerdoti, e sul pendio erano visibili il Pozzo Sacro e il bagliore argenteo della polla-specchio. Lungo la riva crescevano i meli e le grandi querce con i rami carichi di vischio.»

E negli episodi successivi non viene detto molto di più. C’è le nebbia e ci son le mele: Avalon è tutta qui.

In conclusione… credo che si possano trarre due conclusioni.
Per un aspirante scrittore, Marion Zimmer Bradley è entrata comunque a giusto titolo nell’empireo dei grandi autori fantasy: molti di coloro che sono venuti dopo di lei hanno attinto al suo repertorio e nessuno che sia intenzionato a scrivere storie fantastiche può pensare di farlo senza aver conosciuto Avalon e le sue sacerdotesse.
Ma per un lettore credo che, come Avalon ormai è resa lontana dalla nebbia del passato, così questo romanzo sia stato superato da altri che hanno saputo unire il fascino dei miti lontani all’indagine introspettiva tipica della narrativa moderna, aprendo la via a un’epoca nuova del fantasy.

Agave

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Voci precedenti più vecchie

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